La mancanza cronica di lavoro unita alle aspirazioni dei nostri giovani per un loro futuro migliore è un connubio che giudico letale, e i fatti lo dimostrano.
Se poi per qualche euro in più si accettano inutili missioni all’estero che non hanno nulla a che vedere con combattere il terrorismo dato che quello qualcun altro lo ha importato pure a loro spese.
E se aggiungiamo che la NATO non pone su stessi pesi e misure tutti gli Stati membri, traffici di droga e suicidi ..beh allora…

Linkiesta:

I nostri soldati sono tutelati? Difficile trovare statistiche in merito. Stando a quanto denunciato un paio di anni fa da alcuni dirigenti del sindacato di Polizia Consap, nel decennio 2003-2013 ci sarebbero stati 241 suicidi tra i membri delle Forze Armate italiane, di cui 149 carabinieri. Nei primi mesi della legislatura, il deputato Marco Marcolin, all’epoca iscritto al gruppo della Lega Nord, ha presentato un’interrogazione per chiedere spiegazioni al ministero della Difesa. Quanti sono i nostri militari affetti da stress post-traumatico? Il ministero tranquillizza, assicura che l’attento reclutamento e l’addestramento permettono di arruolare personale idoneo, comunque monitorato per verificare il mantenimento delle necessarie condizioni psicofisiche e attitudinali. Eppure anche da noi il fenomeno esiste. Nel 2013, stando ai dati della Difesa, si erano già registrati almeno una trentina di casi. «Agli atti dell’Osservatorio Epidemiologico della Difesa sono presenti 16 casi, di cui 3 nel 2007, 9 nel 2008, 1 nel 2010 e 3 nel 2011». A cui vanno aggiunti altri 16 casi, che «risultano estrapolati dai ricoveri (post-sgombero da teatro operativo estero) presso il Celio».

Non è un problema che riguarda solo i nostri militari ma tutti i militari occcidentali.

CCDU.it :

All’inizio del 2013, il sito web ufficiale del Ministero della Difesa degli Stati Uniti ha annunciato la sorprendente statistica che il numero dei militari suicidi nel 2012 aveva di molto superato il totale di coloro che erano morti in battaglia, una media di circa uno al giorno. Un mese dopo è arrivata un’altra sorprendete statistica dal Ministero degli Affari dei Veterani degli Stati Uniti: il suicidio dei veterani era intorno ai 22 al giorno, circa 8000 all’anno.
La situazione è diventata così terribile che il Segretario della Difesa statunitense ha definito i suicidi nelle forze armate una “epidemia”.
Alcuni hanno sostenuto che questa ondata di autolesionismo sia dovuta allo stress della guerra. Ma i fatti rivelano che l’85% dei militari che si sono tolti la vita non erano stati in combattimento e che il 52% non era nemmeno mai stato inviato in aree belliche.
Perciò quale fattore insospettato sta facendo aumentare vertiginosamente il tasso di suicidi nell’esercito?

Oggi la stragrande maggioranza dei giovani non è spinta ad entrare nelle Forze dell’Ordine o nell’Esercito per spirito patriottico, per servire e proteggere la collettività, la loro Nazione, ma solo ed esclusivamente per “sistemarsi”, trovare un occupazione stabile, possibilmente ben retribuita.

La mancanza di abnegazione morale più che fisica porta a risultati catastrofici nel piano individuale di questi “arruolati” quando finiscono per scontrarsi con la mera realtà dei fatti.

Da quello che possiamo leggere e sentire nei discorsi degli individui coinvolti o meno in missioni militari all’estero l’unico loro pensiero non è “servire e proteggere” gli altri, e paradossalmente neanche se stessi.

Il loro pensiero è solo il guadagno economico ricavato dal servizio svolto.

E’ incredibile come i nostri vertici militari non abbiano capito come impostare una cosa seria come questa.

Non lo hanno capito o casi come questi non accadrebbero con una frequenza sempre più allarmante.

Unito a questo parametro anche la visione e la percezione che le nostre missioni all’estero sono inserite in contesti di conflitto tutt’altro che resi per il bene della collettività mondiale.

Guerre come quelle in Iraq, e in Afghanistan, o prima ancora in Vietnam, hanno dimostrato ampiamente e chiaramente che dal Dopoguerra ad oggi le guerre si svolgono per tutt’altro che nobili ideali, o sono permeate da ideali artificiali, costrutti ipocriti, che rasentano un’immoralità vasta e controproduttiva.

Questi soldati pensano che le guerre e i loro orrori siano qualcosa di distante dal mondo in cui sono abituati a vivere e a pensare, ecco perchè quando si ritrovano immersi nella cruda realtà di un conflitto lo shock che subiscono va al di là di qualunque tipo di mutilazione o senso di pietà per qualunque perdita umana.

Mi chiedo come vengano addestrati alla guerra, oggi nel mondo moderno, mi chiedo come viene spiegato loro che le missioni in zone di guerra non sono passeggiate. Viene spiegato loro che potrebbero non tornare più, o rimanere invalidi per sempre? Perdere occhi, braccia, gambe? Vengono istruiti ad esorcizzare i demoni del dubbio? No, perchè nella visione militare si pensa che questo possa fiaccare il loro coraggio, renderli paurosi e dei vigliacchi. Io dico che meglio scoprire subito se un soldato è un vigliacco, prima di spedirlo a creare casini dove ne esistono di più grossi. Nascondere con un dito l’orrore della guerra non gioverà certo a educare personale che deve essere ampiamente in grado di sopravvivere negli anfratti infernali e convivere nel pungente ricordo meccanico di essi dopo esserne usciti indenni o meno.

Come vengono giudicati idonei alla vista del sangue, degli arti spappolati, come vengono valutate le loro reazioni in situazioni di panico e le loro abilità di improvvisazione nella guerriglia?

Ma la cosa che più sorprende, e negativamente, è sapere che militari già coinvolti in un conflitto, parzialmente disabili in qualche arto, e con gravi carenze psicologiche dovute all’esperienza vissuta, vengano rispediti di nuovo nelle zone calde dei conflitti.

Una vergogna.

Anche se lasciassimo perdere l’invalidità della mano di un soldato, non possiamo sottovalutare la resistenza, ormai in macerie, della sua psiche, la resistenza debole al fracasso prodotto dal suono terrificante di un disco rotto che accompagna l’orrore vissuto e alimentato da un costante senso di attenzione e panico, qualcosa che si ritroverà quindi a rivivere ogni secondo fuori e dentro il campo di battaglia.

Andreste in battaglia con chi non è sano di mente? Perchè chi soffre di disturbi post-traumatici non può assolutamente essere d’aiuto in situazioni critiche dove il minimo errore può costare la vita agli altri.

OcchidellaGuerra:

Nonostante la natura dell’impegno militare italiano preveda un ruolo prevalentemente di controllo, supporto, e addestramento, una serie di attentati kamikaze, scontri a fuoco con le milizie talebane, esplosioni di ordigni artigianali piazzati per tendere imboscate alle forze della Nato e incidenti, 47 uomini perdono la vita. Altri 4 vengono stroncati da malori durante il servizio; un capitano dell’Esercito si suicida a Kabul nel 2010. Oltre 650 militari nel nostro contingente rimarranno feriti; dalle esplosioni dei primi ied e sotto i colpi delle stesse armi da fuoco fornite ai mujaheddin dalla Cia negli anni ’80, per combattere e sconfiggere le forze sovietiche impegnate nel tentativo d’invadere l’Afghanistan, rendendolo un teatro caldo della Guerra Fredda e il prodromo del crollo dell’Urss.

Questo va unito al fatto della diffusione delle droghe tra i nostri militari pone dubbi seri e inquietanti su come l’Esercito Italiano oggi possa dirsi e mantenersi efficiente e preparato ad affrontare le sfide che verranno.

Il Fatto Quotidiano:

Ci sono storie che qualcuno preferisce dimenticare. Come quella dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli: prima donna parà d’Italia, eroina nazionale divenuta eroinomane in caserma, finita in carcere due anni fa per spaccio dopo aver denunciato il giro di droga tra i soldati reduci dell’Afghanistan che se la riportano in Italia di ritorno dalla missione. Una denuncia clamorosa cui le autorità militari italiane non hanno dato seguito, com’è accaduto per analoghe inchieste estere sul coinvolgimento di militari Nato nel traffico di eroina dall’Afghanistan. Un paese che in dodici anni di occupazione occidentale ha visto regolarmente aumentare le produzione di oppio. Quest’anno si è raggiunto il record storico, secondo l’ultimo rapporto dall’agenzia antidroga dell’Onu: tutti evidenziano l’aumento della coltivazione di oppio nelle regioni sotto controllo della guerriglia talebana (+34% in Helmand, +16% a Kandahar), ma nessuno nota che nella provincia di Kabul, sotto diretto controllo del governo centrale, la produzione è aumentata del 148%. E l’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina del mondo.

Se non si argina un problema ai suoi inizi questo diventerà sempre più difficile da risolvere.

L’educazione e l’addestramento dei nostri militari sono apparentemente mediocri, insufficienti, e carenti
.

Lo Shock antecedente al trauma è la causa principale del trauma stesso.

Chiedere ai nostri soldati di diventare filosofi è troppo, spiegare loro che la guerra non è uno scherzo però è troppo poco facendolo solo a parole.

Un addestramento psicologico potrebbe attivamente prevenire questo tipo di problemi, unito al fatto che si va in guerra per difendere il proprio paese, lo stile di vita dei nostri cittadini, la nostra identità e la nostra storia, non si va in guerra per guadagnare 5000 o 10000 euro al mese e pensare di farsi una casa e una famiglia.

Quando vidi per la prima volta Rambo con Sylvester Stallone mi incuriosì la scena iniziale: lo sceriffo che faceva capire al “veterano” che lui e la sua gente non avevano simpatie per quelli della sua “specie”.

Nella mia visione, fin da bambino, i veterani dovevano ricevere invece il massimo rispetto dai civili, da tutti i civili, dato che erano andati in guerra e avevano affrontato situazioni poco piacevoli, e sicuramente ai limiti dell’esaurimento nervoso, ma soprattutto avevano messo la loro vita su un piatto per servire quella degli altri.

I Veterani di guerra dovrebbero ricevere oggi il massimo rispetto nella nostra società.

Utilizzare i veterani per addestrare psicologicamente le nuove leve credo sia un valore fondamentale per la preparazione dei nostri futuri soldati. Sono una risorsa preziosa non uno scarto sociale.

Cosa fa la nostra Istituzione Militare a tal riguardo?

Un fottuto nulla, dando manforte al flusso di fango che permea la sua immagine quando vengono fuori storie raccapriccianti di suicidi e tossicodipendenze tra le sue fila.

Curare la visione sbagliata di questi ragazzi, che ripongono nell’esercito la speranza per il loro individuale futuro economico migliore grazie al servizio svolto, facendo capire loro che non stanno svolgendo questo lavoro per i soldi, per la casa, per il loro conto in banca ma per il proprio paese, per la propria gente, potrebbe essere un primo passo per tentare di arginare questi problemi.

Da una percezione sbagliata nasce la Visione contorta che ci si ostina ad ignorare e ciò non risolverà il problema ma lo ingigantirà.

Sono sicuro che questo e controlli antidoping seri svolti su tutto il personale operativo a casa e all’estero potrebbero far calare drasticamente queste statistiche sconvolgenti che non certo giovano all’immagine del mondo militare italiano, tra l’altro uno dei principali settori pubblici a ricevere ingenti fondi finanziari, maggiori di quelli riservati alla scuola e alla sanità italiana.

Non sono i soldi, o con questi la speranza egoista di un futuro individuale migliore, che portano o acuiscono il rispetto e la giusta venerazione ai caduti per la Difesa della Patria ma i principi di Identità , Memoria, lo spirito collettivo e coeso di una Nazione.

Una.