Il Sole Nero sorgerà ancora – Ernest Hemingway

Ernest Hemingway era un fiero antisemita. Tutta la sua letteratura è un’immensa costellazione di commenti sugli ebrei.

Hemingway ci narra dei kike, chiamandoli e definendoli proprio così –kike-, vezzosi, antipatici, dall’attitudine caratteriale all’approccio sociale che si esplicano in continui ed ininterrotti complotti di setta: attitudini risolte individualmente in figure di uomo e donna che non hanno punti in comune con la cultura occidentale.

Il suo disprezzo per questi infidi, provocatori e antipatici atteggiamenti antieuropei e antioccidentali è la linfa stessa della sua intera opera e della sua fama letteraria.

Hemingway era tra i molti autori e grandi maestri letterari del XX° secolo che ci rimangono ancora da narrare nel loro giudizio critico verso la cultura Octo o Tetra Giudaica: Theodore Dreiser; Sinclair Lewis; T. S. Eliot; William Faulkner; Thomas Wolfe, tra gli altri rimasti.

Gli accademici e gli ipocriti frequentatori dei salotti buoni, e vili, scolastici raddrizzeranno questo tiro su Ernest Hemingway adducendo il fatto che “è cosa nota” che negli anni dieci o venti del secolo scorso l’essere “antisemita” era una moda , uno status mind degli occidentali, e che quindi l’intera cultura nei suoi aspetti dinamici si risolveva anche in letteratura addizionata con frequenti descrizioni e racconti di “sdegno e rifiuto” per le pratiche dei giudei.

Avrei solo da ridire sul loro concetto di “cosa nota“. La rendono nota loro la “cosa“?

Se Hemingway fosse nato dopo il 1945 e avesse scritto quindi le sue opere dopo l’Olocausto allora oggi il suo nome sarebbe conosciuto e ricordato solo da pochi eletti.

In “The Sun also rises” Hemingway scrive di Robert Cohn, un ebreo conscio del disprezzo sociale in cui si trovano quelli della sua razza e che quindi riceve continui insulti, in particolare della moglie, viene quindi umiliato e degradato dal carattere che un uomo vero invece possiede, e come ebreo piuttosto che reagire si rifugia in sogni di vario tipo, innamorandosi di una baldracca bianca, e tutto questo mentre viene ripetutamento chiamato “sporco ebreo” nel corso dell’intero romanzo.

Quelli che hanno avuto la fortuna di leggere, quello che considero la sua opera massima, cioè “Addio alle Armi” avranno certamente capito che l’ideale di eroe romantico occidentale si miscela nelle vicissitudini di un uomo comune e nel suo desiderio di un ordine che odia il cambiamento socio-politico barattato con la concessione di più libertà agli individui. il nuovo Stato Democratico verrà svilito proprio da Hemingway paragonandolo allo Stato proprio dell’essere Giudeo-Marxista.

L’Impero, sia nella sua forma politica che nella sua forma culturale ed identitaria, resta quindi la forma più auspicabile dove l’esistenza dei bianchi possa avere luogo e sviluppo, esente da questo tipo di cultura soffocamente e non europea, almeno secondo Hemingway e tutti gli altri maestri letterari, che oggi avrebbero snobbato disgustati i circoli letterari ed accademici dello show business e delle accademie universitarie rette da omosessuali, femministe, palloni gonfiati e codardi senza palle.

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