AAFIA SIDDIQUI

Aafia Siddiqui e’ una neuroscienziata pakistana che ha anche studiato al MIT , arrestata ed imprigionata nel 2010 con l’ accusa di tentato omicidio di personale degli Stati Uniti. Attualmente sta scontando una sentenza di 86 anni presso la struttura carceraria federale a Carswell, Fort Worth, Texas. Il suo caso e’ uno dei piu’ grandi misteri inserito in altri misteri nella guerra segreta tra le forze occidentali e quelle medio orientali.

Aafia era meglio nota in Pakistan come “Figlia della Nazione”, il suo arresto ha creato non poche tensioni e proteste tra i suoi concittadini. Questa fu la sola donna ad essere ritenuta come pericolosa ed altamente qualificata in molti settori dall’ FBI per lungo tempo dopo l’ 11 Settembre.

Nacque in Pakistan nel 1972, nel 1990 ando’ a studiare negli Stati Uniti dove si laureo’ con specializzazione in neuroscienza alla Brandeis University nel 2001. Ritorno’ in Pakistan dopo gli attacchi dell 11 Settembre. Tempo dopo, Khalid Sheikh Muhammad (Zio del secondo marito della Siddiqui) , la indico’ come corriere e finanziatrice di Al Qaeda, fu così che venne arrestata ed interrogata per la prima volta in Pakistan. Ma una volta rilasciata, scomparì insieme ai suoi tre bambini per ricomparire solo cinque anni dopo a Ghazni in Afghanistan dove venne nuovamente arrestata dalla polizia e trattenuta in custodia cautelare, fu quindi ceduta agli americani che la imprigionarono segretamente nella base di Bagram come “prigioniera fantasma”, una prevaricazione assoluta del diritto internazionale, gli Stati Uniti negano tutt’oggi che questo sia avvenuto.

Durante la sua permanenza in custodia a Ghazni, la polizia disse di averla trovata in possesso di documenti e appunti su come fabbricare bombe, e di contenitori di cianuro di sodio. Durante la sua detenzione ci fu una presunta colluttazione con il personale militare americano e la Siddiqui rimase colpita al torace da un proiettile. Avendo attentato alla vita di cittadini degli Stati Uniti, per accordi con il Pakistan e l’Afghanistan, venne estradata negli Stati Uniti, dove in seguito venne condannata a scontare una pena non inferiore a 86 anni in una prigione federale. Assurdo.

Sia le forze politiche pakistane che organizzazioni terroristiche islamiche hanno offerto , anche recentemente (2014), milioni di dollari e scambio di ostaggi al fine di farla liberare e farla tornare in patria.

BACKGROUND.

Dopo il suo arresto avvenuto in Afghanistan nel Luglio del 2008, la polizia dichiaro’ di averle trovato addosso: un hard disk contenente delle istruzioni per la fabbricazione artigianale di bombe, di armi di distruzione di massa, istruzioni per costruire macchine in grado di abbattere droni, descrizioni di luoghi pubblici siti in New York con referenze per stragi di massa, e due libbre di cianuro di sodio in un contenitore di vetro. Il giorno seguente la Siddiqui venne ferita gravemente, e questa e’ l’ unica cosa sicura che e’ dato sapere su come si svolsero i fatti, perche’ persone razionali troverebbero strano che una donna tenuta in custodia, senza un addestramento militare o di arti marziali, sia stata capace di sottrarre un’ arma da fuoco a personale che invece era altamente addestrato per affrontare un corpo a corpo, specialmente con una donna, in locali , stanze, dove si presuppone che nessuno dovrebbe entrare armato o portare armi intese a offendere fisicamente un prigioniero. La Siddiqui in merito all’ evento dichiaro’ che nella stanza dell’ interrogatorio non c’era il classico vetro specchio ma una tenda, dietro la quale , per assistere all’ interrogatorio, c’era il personale dell’ FBI. Con uno scatto repentino la Siddiqui alzo’ la tenda, un federale colto dal panico estrasse la sua pistola d’ ordinanza e le sparo’ addosso.

Condotta d’urgenza alla base di Bagram ed assistita con tutta la professionalita’ medica del caso, fu in seguito trasferita negli Stati Uniti, dove una volta rimessa in buone condizioni di salute, affronto’ un processo presso una Corte Federale a New York. Durante il processo la Siddiqui alzo’ la voce in piu’ occasioni costringendo il Giudice ad espellerla dall’aula numerose volte. La Giuria la giudico’ colpevole di tutte le accuse, tranne che di attentati terroristici, nel Febbraio del 2010.

NOTE SULLA SUA VITA DI STUDENTE NEGLI STATES.

Proveniente da una famiglia molto attiva nella vita religiosa e caritatevole, la Siddiqui continuo’ ad esercitare attivita’ religiosa e caritatevole negli Stati Uniti. Tuttavia ci sono note contrastanti su questo periodo poiche’ alcune testimonianze parlano della Siddiqui come una persona dolce e non estremizzata mentre altre dicono che era attiva a convertire i non credenti e a negare amicizia ai non musulmani, la seconda versione e’ un po’ in contraddizione.

Tuttavia e’ accertato che la Siddiqui opero’ come volontaria presso il Centro di accoglienza per rifugiati Al Kifah noto alle cronache per dare ospitalita’ a jihadisti coinvolti nell’ assassinio dell’ ebreo ultranazionalista e maiale terrorista Meir Kahane, e nel supporto di Ramzi Yousef, il terrorista che piazzo’ una bomba al World Trade Center nel 1993. Il centro Al Kifah ospito’ diversi jihadisti e si prodigo’ a diffondere il messaggio della Jihad prima dell’ 11 Settembre. Questo non fa della Siddiqui una terrorista ma apre uno squarcio sull’ effettiva conoscenza e relazione che questa donna ebbe con il mondo del terrorismo islamico.

Per capire la dinamica tra i centri islamici negli Stati Uniti ed Al Qaeda rimandiamo a questo precedente articolo.

Dopo che il governo pakistano aiuto’ gli Stati Uniti ad arrestare ed estradare Ramzi Yousef per il suo ruolo nell’ attentato del WTC, una indignata Siddiqui diffuse una nota deridendo il Pakistan perche’ “ufficialmente” si era unito alla “banda tipica dei governi musulmani contemporanei”, chiudendo la sua email con una citazione modificata del Corano che avvisa di non avere ebrei e cristiani come amici.
Scrisse tre guide per insegnare l’Islam, esprimendo la speranza in uno di questi: “che continuando il nostro umile sforzo sempre più persone vengano ad Allah finché l’America non diventi una terra musulmana”.
Frequento’ anche un corso di 12 ore di pistola presso il Braintree Rifle e Pistol Club, inviò manuali militari americani in Pakistan e si trasferì dal suo appartamento dopo che gli agenti dell’FBI la cercarono presso l’Università.

Siddiqui studio’ neuroscienza cognitiva presso l’Università Brandeis conseguendo il dottorato nel 2001 dopo aver completato la sua tesi di apprendimento attraverso l’imitazione, -Separazione dei componenti dell’imitazione-.
Un incidente che ha causato controversie accadde durante la presentazione di un documento sulla sindrome dell’alcool fetale dove concluse che -la scienza stessa dimostra perché Dio proibisce l’alcool nel Corano-. Quando alcuni insegnanti le dissero che questa citazione era inadeguata, si lamento’ amaramente di questa discriminazione al dottorato associato per gli studi dei laureati, minacciando di “aprire una lattina di vermi” nell’ aula dei congressi.

Dopo il dottorato, la sua estremizzazione crebbe in maniera alquanto repentina, incomincio’ a tradurre le opere di Abdullah Yusuf Azzam, uno degli ideologi della Jihad, ad indossare un niqab, e ad evitare ogni contatto con ogni forma di cultura, e arte occidentale.

Dopo gli attacchi dell’11 Settembre , Aafia decise di lasciare gli Stati Uniti, capendo che per le sue attivita’ non sarebbe piu’ stata persona gradita. Questo fece crescere tensioni con il marito Khan che almeno in un’ occasione la colpì al volto con una bottiglia procurandole una vistosa ferita.
Tuttavia tornarono in Pakistan, dove la Siddiqui convinse il marito a traferirsi vicino al confine afghano al fine di aiutare come medico i mujahideen talebani nella loro lotta contro l’ America, ma Khan non era convinto di questa cosa, ed insieme decisero di tornare nuovamente negli Stati Uniti nel 2002.

Nel Maggio del 2002, l’FBI interrogo’ la Siddiqui e suo marito per un loro acquisto su Internet di $10.000 di attrezzature per la visione notturna, armature militari e manuali militari, tra cui un manuale chiamato -L’Arsenale dell’Anarchico, Fuggitivo, Avanzato Fuggitivo e come fare del C-4-. Khan disse che questo materiale era per spedizioni di caccia e di campeggio. L’ FBI li mise sotto controllo e la Siddiqui lascio’ nuovamente gli Stati Uniti con al seguito la famiglia il 26 Giugno del 2002.

Nell’ Agosto del 2002, il marito Khan decise di rompere il matrimonio, durato sette anni, perche’ contrario all’ estremizzazione religiosa della moglie. Questo avvenne durante la terza gravidanza della Siddiqui. I due non si incontrarono piu’.

Nel Febbraio del 2003 la Siddiqui sposo’ Ammar Al Baluchi, un membro di Al Qaeda e nipote di Khalid Shekh Mohammed, a Karachi. Questo evento e’ oggetto di controversia.

Nel Marzo del 2003 l’ ex marito Khan fu arrestato in Pakistan e spedito a Guantanamo, dove venne interrogato e essendo collaborativo fu rilasciato scagionato da tutte le accuse.

I DIAMANTI.

La Siddiqui venne anche accusata di essere una prestanome per un acquisto del valore di 19 milioni di dollari in diamanti in Monrovia, Liberia, essendo i diamanti utili per finanziamenti non tracciabili volti a sostenere le operazioni di Al Qaeda. Fatto antecedente gli attacchi dell’11 Settembre 2001. Il suo presunto coinvolgimento in quest’ affare fu apparentemente scoperto solo tre anni dopo quando un investigatore , Alan White, delle Nazioni Unite in Liberia, disse di riconoscere la donna come una delle acquirenti dei diamanti. Fatto abbastanza strano visto che la Siddiqui mai si mosse da Boston nel periodo indicato e nessun viaggio in Africa risulterebbe mai stato essere fatto dalla donna.

WATERBOARDING.
Dopo ben 183 immersioni forzate dentro vasche d’acqua, lo zio acquisito della Siddiqui, Khalid Sheikh Muhammed, accuso’ la nipote di essere un membro di Al Qaeda. Quest’ accusa basto’ per ordinare un mandato di cattura internazionale dell’ FBI nei confronti della donna come corriere internazionale di diamanti per operazioni di riciclaggio al fine di finanziare l’ organizzazione terroristica islamica Al Qaeda.
Fu così che Aafia sparì nel nulla dal Marzo del 2003 al Luglio del 2008, secondo alcune fonti non in latitanza ma detenuta come prigioniera fantasma in una base segreta degli americani, un c.d. blacksite. Tuttavia le notizie su presunti spostamenti, rapimenti dei servizi segreti pakistani, etc. sono così innumerevoli che sarebbe una noia elencarle tutte.

PERSON OF INTEREST.
La realta’ dei fatti che prescinde dagli eventi accaduti in questo periodo di buio e’ che la Siddiqui era ritenuta dalla CIA come P.O.I. , Person of Interest, dato che dotata di un’ acuta intelligenza, di esperienza, di conoscenza scientifica, e delle procedure di immigrazione negli Stati Uniti, di luoghi, e molto altro utile ai terroristi per creare danni a cittadini americani sul suolo americano.
Secondo l’FBI, la Siddiqui aveva raccolto materiali su virus per la guerra biologica e in almeno uno dei suoi progetti stava cercando un modo per infettare le forniture di pollame americane con un anticorpo che consentisse ai polli di infettare gli umani con salmonella piu’ velocemente, ma quest’ accusa non ha mai avuto nessun sostegno, ne’ prova indiziaria, sempre secondo l’ FBI la Siddiqui distrusse queste ricerche.

LA CATTURA.

La sera del 17 luglio 2008 una donna fu avvicinata da agenti di polizia nella città di Ghazni al di fuori del complesso del governatore. Stringendo nelle mani due piccoli sacchetti si accovaccio’ a terra. Ciò suscitò il sospetto che potesse nascondere una bomba sotto il suo burqa. In precedenza, un negoziante aveva notato una donna in burqa che disegnava una mappa, cosa sospetta in Afghanistan, dove le donne sono generalmente analfabete. C’era stato anche un rapporto su una donna pakistana in burqa che con al seguito un ragazzo stava viaggiando in Afghanistan reclutando giovani donne per attentati suicidi. La donna disse che il suo nome era Saliha, proveniente da Multan in Pakistan, e che il nome del ragazzo era Ali Hassan. Scoprendo che non parlava né le principali lingue dell’Afghanistan, Pashtu o Dari, gli ufficiali considerarono la cosa molto sospetta. Disse alla polizia che stava cercando il marito, che non aveva bisogno di aiuto e inizio’ a camminare. Ma fu arrestata e portata alla stazione di polizia per essere interrogata. Inizialmente sostenne che il ragazzo era suo figliastro, chiamato Ali Hassan. La donna non fu identificata come Aafia Siddiqui fino a quando non furono confrontate le sue impronte digitali.
Nella borsa che stava trasportando, la polizia trovò numerosi documenti in inglese e in urdu, che descrivevano come costruire esplosivi, armi chimiche, appunti sull’Ebola, bombe sporche e agenti radiologici (dibattendo sui tassi di mortalità di alcune armi) e note scritte a mano, riferendosi ad un “attacco di massa” che elencava varie località e punti di riferimento statunitensi (tra cui il Centro per le malattie degli animali di Plum Island, l’Empire State Building, la Statua della Libertà, Wall Street, il ponte di Brooklyn e il sistema della metropolitana di New York). Il Globe ha anche citato un documento su un’arma biologica “teorica” ​​incapace di danneggiare i bambini, assurdo. Inoltre, riferisce di documenti su basi militari americane, estratti da un manuale sull’ uso di esplosivi, un dispositivo di archiviazione digitale di un gigabyte contenente oltre 500 documenti elettronici (compresa la corrispondenza riferita agli attacchi da parte delle cellule, descrivendo gli Stati Uniti come nemici e discutendo sul Reclutamento di jihadisti e la loro formazione), mappe di Ghazni e degli alloggi del governatore provinciale e delle moschee nelle vicinanze, e foto di membri delle forze pakistane. Altre note descrivono vari modi per attaccare i nemici, incluso i droni di ricognizione, l’ utilizzo di bombe subacquee e alianti.
Aveva anche “numerose sostanze chimiche in forma gelica e liquida che erano sigillate in bottiglie e vasi di vetro”, e circa due chili di Cianuro di sodio, veleno altamente tossico.
La cosa che soprende e’ sapere che una donna terrorista che stava girando il paese reclutando potenziali attentatrici suicide portava addosso tutta questa roba, ed anche il giovane figlio. Avessero trovato questo materiale nel suo covo non avrei avuto molti sospetti, ma apprendere la notizia in questo modo non puo’ non suscitare dubbi in una normale intelligenza super partes.

L’INCIDENTE.

Dopo poche ore dalla sua effettiva detenzione gli americani entrarono in questa sala riunioni dove si trovava la Siddiqui. La stanza era divisa da una tenda, gli americani erano posizionati da un lato mentre dall’ altro c’era la Siddiqui.
Un ufficiale di guardia seduto vicino alla tenda come guardia disse di aver posato il suo fucile “carico” per terra , vicino ai suoi piedi, cosa alquanto assurda, allorche’ la Siddiqui strattono’ la tenda, e afferro’ il fucile, quindi si evince dal racconto ufficiale che la Siddiqui era senza manette, libera di muoversi per la stanza. Una volta impugnato il fucile lo punto’ in faccia ad un capitano dell’esercito americano e incomincio’ a gridare: “Get the fuck out of here” -Andatevene via da qui, e “May the blood of innocents be on your hands” -Possa il sangue degli innocenti ricadere sulle vostre mani. Il capitano si coprì il volto con la mano sinistra e al grido di Allah Akbar la Siddiqui sparo’ due colpi mancando sia il capitano che gli altri ufficiali, quindi, o non aveva mai sparato o il fucile era caricato a salve, questo perche’ si presuppone che i colpi, se di colpi stiamo parlando, furono esplosi da una distanza ravvicinata, tranne che la stanza riunioni pakistana fosse in realta’ una sala congressi.
L’ interprete afghano vicino alla Siddiqui a quel punto cerco’ di disarmarla, mentre l’ ufficiale di guardia estrasse una pistola 9mm e le sparo’ al torace. In quella stanza mancava solo un bazooka per essere piu’ armati. Anche l’ interprete fu colpito da un proiettile. Cadendo al suolo la Siddiqui prima di perdere conoscenza pare avesse gridato in inglese che “odiava tutti gli americani e li voleva vedere morti”. Questa la versione degli americani.
Mentre la versione della Siddiqui nega di aver afferrato una qualunque arma, di aver gridato, o minacciato qualcuno. La Siddiqui ammise esclusivamente di aver strattonato la tenda per vedere chi ci fosse dietro, a quel punto uno dei militari rimanendo sopreso di vederla senza costrizioni fisiche, cioe’ manette, o legata con delle corde, grido’: “She is loose”, cioe’ lei e’ slegata, ed impaurendosi , preso dal panico estrasse la pistola e sparo’. Sempre la Siddiqui riferisce di aver sentito, prima di perdere conoscenza , qualcuno dire nella stanza : “Noi potremmo perdere il nostro lavoro…”.

L’INTERROGATORIO.

La Siddiqui fu portata subito dopo in condizioni critiche nella Base di Bagram, gli americani fecero di tutto per salvarla e ci riuscirono.
Riprese forza e conoscenza piena due settimane dopo, quando gli agenti dell’FBI incominciarono ad interrogarla.
Alla Siddiqui fu applicata la legge americana in maniera del tutto contradditoria e in spregio di qualsiasi logica giurisprudenziale sia del diritto Anglosassone che di quello Romano (Non le vennero nemmeno letti i suoi diritti), come cittadina non statunitense, in suolo non americano.
Nego’ di aver afferrato una qualunque arma, di aver gridato quelle frasi, disse che “sparare sui soldati non e’ una cosa che una donna musulmana puo’ fare”, e si disse sorpresa di aver ricevuto un trattamento e delle cure altamente professionali visto che pensava fosse loro intenzione ucciderla.
Nonostante il lento recupero fisico gli agenti dell’ FBI la interrogarono per dieci giorni consecutivi con una media di 8 ore al giorno, senza la possibilita’ di essere assistita da un avvocato, e sicuramente in uno stato fisico soggetto a narcotici per i dolori. Pare che in seguito riferì di aver ricevuto minacce di morte ai suoi figli nel caso non si fosse prestata a collaborare con le autorita’ americane.

ESTRADIZIONE E DETENZIONE.

Il 4 Agosto del 2008 la Siddiqui fu estradata negli Stati Uniti ma non sotto concessione Pakistana ma Afghanistana, cioe’ del Governo fantoccio afghano.

Evitando di raccontare i fatti della sua detenzione prima del processo, perche’ ritenuti irrilevanti nel complesso, furono lei assegnati due avvocati ebrei.
La Siddiqui li rifuto’, lo avrei fatto anch’Io o chiunque sano di testa in un simile contesto, e chiese che nessun individuo di origine ebrea fosse scelto quale membro della giuria, chiedendo perfino un test del DNA sui giurati della Corte per provare che questa richiesta, se accettata, fosse realmente rispettata.
I suoi legali dissero in seguito riguardo questa richiesta che era frutto di un “danno al cervello subito durante il periodo di detenzione”, come dei veri pezzi di merda potrebbero schermare una legittima richiesta di un loro assistito.

Fu così che Aafia scrisse una lettera al direttore del carcere al fine di farla consegnare al presidente Barack Hussein Obama:
“Studi la storia degli ebrei. Costoro hanno sempre pugnalato tutti coloro che hanno provato pieta’ per loro e hanno fatto l’errore fatale di dare loro riparo. Ed è questo crudele e ingrato accoltellamento alle spalle perpetrato dagli ebrei che li ha portati ad essere espulsi senza pieta’ ovunque essi abbiano guadagnato forza, per cui gli olocausti continuano ad accadere loro ripetutamente, se solo imparassero a essere grati e cambiassero il loro comportamento la loro considerazione cambierebbe nel mondo”.

In seguito dichiaro’ che non era contro tutti gli ebrei americani.

IL PROCESSO.
Dopo 18 mesi di detenzione, finalmente inizio’ il processo, il 19 Gennaio del 2010.
La Siddiqui affermo’ : “Io sono in possesso di informazioni sugli attacchi dell’ 11 Settembre, ed oltre…voglio aiutare il Presidente a smantellare questo gruppo dietro gli attacchi, perche’ e’ un gruppo -domestico-, americano, non composto in nessuna parte da musulmani”. Non so se sia vero, ma se per un tentato omicidio una persona prende piu’ di 80 anni di carcere, qualcosa di vero deve esserci.
Il Giudice non ammise alcuna prova che portasse la Siddiqui a dei suoi presunti collegamenti con Al Qaeda, e rigetto’ le accuse di possessione di veleni, e manuali per preparazione di bombe. L’ arma impugnata da Siddiqui durante l’ incidente fu esaminata e non vennero trovate le sue impronte digitali , non c’era nessuna prova su quanti individui fossero presenti nella stanza durante l’ incidente.
La Siddiqui racconto’ inoltre di essere stata torturata da individui che si fregiavano di lavorare per conto ed in nome degli Stati Uniti d’America in varie prigioni segrete, blacksites. I ripetuti tentativi di testimoniare durante il processo da parte della Siddiqui fecero infuriare e non poco i suoi avvocati, questo perche’ man mano che rendeva queste dichiarazioni la pubblica accusa la incalzava su domande pertinenti al periodo buio antecedente la sua cattura in Pakistan, e nessuno credette che fosse stata realmente detenuta in un blacksite o in piu’ blacksite, a loro giudizio questo compromise molto la credibilita’ dell’imputata sotto gli occhi del Giudice e della Giuria. Sui documenti trovati in suo possesso che recavano la sua calligrafia e riguardavano armi, ordigni e luoghi americani, disse che fu costretta a scriverli perche’ stavano torturando i suoi figli sotto i suoi occhi. Il Giudice le chiese perche’ aveva in precedenza frequentato un corso sull’ uso di armi da fuoco, e la Siddiqui rispose che tutti in America hanno modo di frequentare tali corsi e che non sono certamente addestramenti segreti. Anche il suo istruttore disse che le aveva insegnato a sparare e sparare bene, questo a significare che se veramente la Siddiqui fosse riuscita ad impugnare quel fucile su due colpi a distanza ravvicinata ne avrebbe sbagliato forse solo uno su due. Durante il processo piu’ volte la Siddiqui esplose in contestazioni con grida verso la pubblica accusa e fu allontanata dall’aula con la sola possibilita’ di seguire il processo in una stanza adiacente e con una TV collegata ad un circuito chiuso.
Il processo duro’ 14 giorni, la giuria si prese ben tre giorni prima di giungere ad un verdetto. Il 3 febbraio 2010, la Siddiqui è stata dichiarata colpevole di due tentativi di omicidio, di aggressione armata, su ufficiali e impiegati statunitensi. Dopo che i giurati hanno giudicato la Siddiqui colpevole, lei ha esclamato: “Questo è un verdetto proveniente da Israele, non dall’America. È lì il posto dove appartiene la rabbia”.

Aafia Siddiqui è stata condannata a 86 anni di prigione dal giudice Berman il 23 Settembre 2010.

Durante l’audizione di condanna, durata un’ora, Siddiqui ha parlato per suo conto. Dopo aver sentito il verdetto, si rivolse agli spettatori e disse loro , come riportato sopra, che “questo verdetto è proveniente da Israele e non dall’America”.

Un giornalista del New York Times ha scritto che a volte durante l’udienza il giudice Berman , a nostro giudizio di origine ebrea, sembrava stesse parlando ad un pubblico nascosto…oltre la stessa corte.

Al momento della condanna, la Siddiqui non ha mostrato alcun interesse a presentare un ricorso, ha invece esclamato “mi appello a Dio e lui mi ascolta”. Dopo la condanna, ha sollecitato il perdono e ha chiesto al pubblico di non intraprendere alcuna azione in rappresaglia.
Ha dichiarato: “Perdonate tutti quelli coinvolti nel mio caso, vi prego. Non arrabbiatevi: Se non sono arrabbiata Io, perché dovreste esserlo Voi?”.

La parte piu’ stupefacente avvenne quando il Giudice le auguro’ “il meglio di lì in avanti” e sia lui che la Siddiqui si ringraziarono a vicenda. Pazzesco.
Io scommetterei tutto quello che ho che quel giudice doveva essere sotto la spada di Gideon e con quella conclusione si era salvato dall’ ira ebraica, la Siddiqui per “non imitare il nemico” aveva non solo accettato il suo destino ma aveva anche perdonato l’esecutore materiale della spietata volonta’ che gli stava dietro.

DETENZIONE.

La Siddiqui e’ stata detenuta in un primo momento presso il Metropolitan Detention Center, a Brooklyn. Ora si trova nel Federal Medical Center, Carswell a Fort Worth, Texas, una prigione federale per i detenuti femminili con particolari esigenze di salute mentale e relativamente vicina alla casa di suo fratello Ali Siddiqui. La sua data di scarcerazione avvera’ il 30 agosto 2083, in una bara.

LE REAZIONI NEL MONDO ISLAMICO.

Molti sono stati i tentativi da piu’ parti del mondo islamico e jihadista di liberare la Siddiqui, e tutti questi tentativi sono stati bloccati per tempo dagli americani e dagli ebrei, scambi di ostaggi falliti, i loro appelli occultati dalla stampa, e dai media (in mano agli ebrei), etc. Per citare un esempio il caso di James Foley: il terrorista che nell’ Agosto del 2014 ne rivendico’ l’ uccisione aveva espresso alla famiglia di Foley attraverso una eMail la volonta’ di liberare James in cambio della Siddiqui.
Stessa cosa avvenne per molti, moltissimi altri ostaggi americani ed europei, come Kayla Mueller, ma le autorita’ occidentali hanno sempre preferito far morire gli ostaggi anche per mano propria che cedere alla richiesta.
Nel mese di Agosto del 2014 lo Stato Islamico ha offerto 6,6 milioni di dollari in cambio della Siddiqui, ma non ha avuto indietro nessuna risposta.

L’opinione pubblica e le autorita’ politiche e religiose del Pakistan non hanno mai smesso di lottare per la liberazione della Dott.ssa Siddiqui nonostante l’assurdo e tenebroso silenzio sulla sua vicenda.
Gli osservatori statunitensi hanno notato la reazione pakistana. Jessica Eve Stern, specialista del terrorismo e docente alla Harvard Law School, ha osservato: “Qualunque sia la verità, questo caso è di grande importanza politica perchè la gente in Pakistan e nel mondo islamico radicale lo vede e sente come proprio”.

Il New York Times ha dichiarato sulla vicenda:
“Non c’è dubbio che il caso di una donna pakistana della borghesia ultra-conservatrice e istruita che non si e’ mai integrata nei costumi dell’Occidente e ha sfidato l’America, ha risuonato ampiamente tra il pubblico pakistano. Tutto questo si è svolto con poca ricerca sulle circostanze contraddittorie e oscure che circondano la storia della signora Siddiqui, sospettata di aver avuto legami con Al Qaeda. Al contrario, i giornali pakistani hanno rappresentato ampiamente il suo processo come una “farsa” e un esempio di ingiustizie affrontate dai musulmani negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001.”

Ci auguriamo che venga liberata e restituita al suo paese e ai suoi figli.

AAFIA WEBSITE FROM ARCHIVE.ORG

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